Patrizia Iaccarino. SIMG Napoli
Si impara sempre nella vita dai propri errori. Anche i medici, essendo uomini, possono sbagliare, anzi sicuramente sbagliano. Purtroppo, il crescente e diffuso credo nella “Onnipotenza della Medicina”, voluto dal mercato ed alimentato dai media, ha generato nei pazienti aspettative esagerate e portato, poi, alla insorgenza di una molteplicità di cause legali per “malpractice”. Queste, a loro volta, hanno ingenerato la diffusa pratica di una medicina difensiva che, oltre ad incrementare i costi sanitari, ha finito per contribuire ad una sorta di incrinatura del rapporto medico-paziente.
Sicuramente questo tipo di analisi può risultare riduttiva, essendo ben più complessi i fattori che hanno generato e continuano a generare questi nuovi scenari, ma, nonostante questo panorama, si ritiene comunque molto utile che il medico si sottoponga (nell’ambito di un self-audit che fa ormai parte del cosiddetto processo di “accountability”) ad un esame sereno dei propri errori.
L’articolo pubblicato sulla rivista Archives of Internal Medicine (1) può rappresentare uno spunto utile per incominciare.
Errori correlati a diagnosi ritardate o mancate sono una causa frequente e sottostimata di danno per il paziente. Mentre l’esatta prevalenza dell’errore diagnostico resta sconosciuta, i dati derivanti da una serie di autopsie nell’arco di diverse decadi rivelano tassi di errore del 10-15%.
Tuttavia, sono pochi gli studi che hanno esaminato gli errori diagnostici in dettaglio, in parte per la difficoltà nell’identificarli in modo attendibile e nell’analizzarli.
Gli autori dell’articolo hanno sottoposto un questionario ai medici nel quale veniva chiesto di esporre 3 casi di errori diagnostici, descrivendone le cause, la gravità e la frequenza.
E’ stato definito errore diagnostico: “Qualsiasi errore o mancanza nel processo diagnostico che porta a una diagnosi sbagliata, mancata o ritardata”. Questa definizione include ogni fallimento nell’accesso tempestivo alla cura, nella deduzione o nell’interpretazione di sintomi, segni o risultati di laboratorio, nella formulazione e nella valutazione della diagnosi differenziale e nella tempestività del follow-up e nella consulenza specialista.
Ai medici che hanno partecipato è stato chiesto di descrivere gli errori diagnostici clinicamente significativi descrivendo la diagnosi corretta, l’errore o il fallimento che si è verificato e i fattori che hanno contribuito all’insorgenza dell’errore.
Per ciascun errore è stato chiesto il tipo di impatto clinico o l’esito: nessun impatto, minore, moderato o maggiore. Inoltre, è stato chiesto di valutare con quale frequenza hanno osservato quel tipo di errore: raramente (1-2 casi in tutto); sporadicamente (1 caso in pochi anni); occasionalmente (pochi casi/anno); frequentemente (diversi casi/mese).
Sono stati riportati 669 casi da 310 medici che hanno risposto al questionario. L’1% ha riportato 4 casi, il 47% ha riferito 3 casi e il 19% ha riportato 2 casi, con il rimanente 33% che ha riferito 1 caso.
Dopo che sono stati esclusi gli errori medici (14 casi) e i report che mancavano di sufficienti informazioni o di una chiara descrizione dell’errore diagnostico (72 casi), per l’analisi dettagliata sono stati selezionati 583 casi, riportati da 283 medici da 22 istituzioni in 6 stati.
Dei 283 medici che hanno risposto, il 47% si è identificato come medico di medicina generale, il 22% come specialista, e l’11% come altro, mentre il 20% non ha fornito informazioni degne di rilievo. I medici che hanno risposto stavano praticando la professione da un periodo medio di 9 anni (mediana 6 anni), con il 75% che stava praticando da 15 anni.
Dei 583 errori riportati:
Ciò suggerisce che i medici che hanno risposto hanno percepito come più severi gli errori che sono, in maniera significativa, meno frequenti.
Le due diagnosi omesse con maggiore frequenza (4,5% ciascuna) erano rappresentate dall’embolia polmonare e dalle reazioni avverse a farmaco (inclusi l’overdose e l’avvelenamento), seguite dal tumore del polmone (3,9%) e dal cancro del colon-retto (3,3%).
Nel caso dell’embolia polmonare e delle reazioni avverse a farmaco (inclusi l’overdose e l’avvelenamento), il fallimento o il ritardo nel considerare la diagnosi rappresentavano il 46% degli errori (stessa percentuale per entrambi).
Fare luce su casi di errori diagnostici può aiutare a rammentare l’importanza di promuovere condizioni che possano indirizzare meglio e così ridurre l’incidenza e le conseguenze di errori.
Lo studio presenta alcuni bias, come i bias di selezione, di self-reporting, di ambiguità di classificazione, anche perchè non sono state revisionate indipendentemente le cartelle cliniche dei casi riportati e, quindi, ci si è basati esclusivamente sul racconto degli eventi da parte di coloro che hanno risposto.
Le valutazioni dei medici circa la gravità dell’errore erano comunque soggettive e probabilmente dipendevano dalla gravità dell’esito.
Inoltre, era presente una significativa variabilità nella qualità e nei dettagli delle descrizioni dei casi fornite da coloro che hanno risposto al questionario, variando da descrizioni dettagliate dell’errore e delle sue potenziali cause multifattoriali a solo pochi elementi che descrivevano le circostanze che si erano ritenute responsabili dell’errore diagnostico.
Bibliografia