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ANNO IX - N. 32 - PUBBLICAZIONE TRIMESTRALE |
NOVEMBRE 2002 |
Stampa ad esclusivo uso interno delle ULSS |
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| Regione Veneto Assessorato alla Sanità | Provincia Autonoma di Trento |
| Servizio
di Farmacologia Medica WHO Reference Centre, Univ. Verona |
Società
Italiana di Farmacia Ospedaliera Sezione Veneto |
IN QUESTO NUMERO
Conflitto di interessi in medicina e nelle riviste scientifiche
Segnali dal mondo
La pillola della discordia
Bioflavonoidi in gravidanza
Ci ha fatto molto piacere che Richard Smith, direttore di un’importante rivista medica come il British Medical Journal, abbia accettato il nostro invito a scrivere per FOCUS un articolo sul conflitto di interessi in medicina. Richard Smith si occupa da anni di questo rilevante e dibattuto tema e crediamo che la lettura del suo scritto susciterà riflessioni e commenti tra i lettori.
Giampaolo Velo
Conflitto di interessi in medicina e nelle riviste mediche
di Richard Smith, Editor, British Medical Journal
I medici trattano i pazienti basandosi
sull’evidenza e sulla propria esperienza.
Essi non sono influenzati dal denaro
o dagli interessi personali. Analogamente
i ricercatori cercano di rispondere
ai quesiti medici importanti, le
associazioni mediche si interessano
solo di ciò che è meglio per una
popolazione di pazienti e i direttori
dei giornali pubblicano solo ciò che è
vero e importante per la medicina. A
differenza di coloro che lavorano nel
mondo venale del commercio, della
politica o del giornalismo noi, impegnati
nel campo sanitario, non siamo
tentati dal denaro e parafrasando Sigmund
Freud “dal desiderio di successo
e dell’amore di belle donne (o magari
uomini).” Ovviamente tutto questo è
un’assurdità.
Coloro che operano nel mondo della
Sanità sono esseri umani e proprio per
la tendenza, come tutti gli altri uomini,
a curare i propri interessi sono sensibili
agli incentivi economici e cadono
nella frode e nella corruzione. Chiunque
abbia girato il mondo e letto
Dante, Boccaccio, Giovenale, Balzac e
Dickens sa che questa è la natura
umana. Siamo soggetti a conflitti di
interesse come tutti gli altri. Il nostro
atteggiamento dovrebbe essere non
quello di fingere che essi non esistano
ma piuttosto riconoscerli e dichiararli
sempre e accettare che a volte siano
tali per cui il medico non dovrebbe
trattare un particolare paziente o un
autore scrivere un editoriale su una
rivista medica.
Cos’è il conflitto d’interesse?
Il conflitto d’interesse è stato definito
come “un insieme di condizioni in cui
il giudizio professionale su un interesse
primario (come il
benessere di un
paziente o la validità
di una ricerca)
tende ad essere
indebitamente
influenzato da un
interesse secondario
(come un guadagno
economico).” È importante
capire che è una condizione e non un
comportamento. Molti medici evitano
di dichiarare un conflitto d’interesse
in quanto sono convinti che tale
conflitto non influisca sul proprio
comportamento. Questo significa
fraintendere il conflitto d’interesse. È
difficile, forse impossibile, per noi
capire se il conflitto d’interesse abbia
modificato o meno il nostro comportamento.
I trial randomizzati in doppio
cieco sono importantissimi non
tanto perché i ricercatori siano consapevolmente
disonesti ma perché i
bias sono numerosi e svariati. La stessa
cosa si può dire, a mio avviso, per il
conflitto d’interesse.
La tendenza è quella di concentrarsi
sui conflitti d’interesse economici,
tuttavia essi possono essere personali,
accademici, politici o religiosi. Molti
fattori possono essere causa di conflitti
d’interesse. Una volta, scrivendo
un editoriale nel BMJ sulla ricerca
sugli animali, ho dichiarato come conflitto
d’interesse il fatto che il mio
coniglio fosse stato ucciso da una
volpe pochi giorni prima. Questo può
sembrare assurdo, ma io sospetto fortemente
che la morte del coniglio abbia potuto influenzare quello che
ho scritto. Può succedere che qualche
conflitto d’interesse non economico
possa avere un peso maggiore di uno
economico. Per di più la maggior parte
della ricerca sui conflitti di interesse è
concentrata su quelli economici, il che
significa che le nostre azioni nei conflitti
economici possono essere maggiormente
“basate sull’evidenza”. Al
BMJ esigiamo dagli autori, dai reviewer
e dai direttori di dichiarare i propri
conflitti d’interesse economici
mentre non possiamo far altro che
incoraggiare la dichiarazione di quelli
non economici. Inizialmente avevamo
richiesto di dichiarare tutti i conflitti,
inclusi quelli non economici, ma tale
politica si è dimostrata impraticabile.
Quanto comuni sono i conflitti d’interesse
e quanto spesso vengono
dichiarati?
I conflitti d’interesse possono essere
presenti ovunque. I medici in molti
paesi vengono pagati almeno in parte
per ciò che fanno. Se i medici sono
pagati per eseguire ricerche, per far
ammettere i pazienti in particolari
ospedali o per condurre trattamenti o
indagini possono essere soggetti ad un
conflitto d’interesse economico. Analogamente
se accettano pranzi offerti
dalle aziende farmaceutiche o compensi
per consulenze, se posseggono
azioni di queste aziende vanno incontro
a conflitti d’interesse. Sono pochissimi
i medici che non hanno mai ricevuto
nulla dalle case farmaceutiche.
Krimsky et al (Sci Eng Ethics 1996;
2:395) hanno indagato sugli interessi
economici di oltre 1000 autori i cui
articoli sono apparsi in 14 riviste
mediche e scientifiche nel 1992. Circa
il 15% degli autori ha avuto finanziamenti
attinenti una pubblicazione, ma
nessuno di loro lo ha dichiarato volontariamente.
In uno studio nel New
England Journal of Medicine sono
stati valutati i conflitti d’interesse
economici degli autori di 75 articoli
sui calcio antagonisti pubblicati su
autorevoli riviste mediche. È stato
chiesto a 89 autori se avessero ricevuto
dalle aziende farmaceutiche rimborsi
per partecipare a simposi, compensi
per relazioni, consulenze o per
l’organizzazione di corsi di aggiornamento,
fondi per la ricerca o fondi per
qualcuno del proprio gruppo. Si è inoltre
indagato sul possesso di titoli azionari
delle aziende. Hanno risposto 69
autori (80%) 45 dei quali (63%) avevano
conflitti d’interesse di tipo economico.
Solo in due casi il conflitto
d’interesse era stato dichiarato nonostante
che fin dal 1993 agli autori
che sottopongono i propri articoli a
riviste mediche sia richiesta la dichiarazione
di eventuali conflitti d’interesse
(Lancet 1993;341:742).
Uno studio che ho intrapreso con uno
studente di medicina ha esaminato
3642 articoli pubblicati nelle 5 principali
riviste di medicina (Annals of Internal
Medicine, BMJ, Lancet, JAMA, e
New England Journal of Medicine) e ha
messo in evidenza che solo in 52 casi
(1.4%) sono stati dichiarati i conflitti
d’interesse degli autori. Un segno positivo
è dato dall’aumento nel tempo del
numero delle dichiarazioni.
Ora le riviste hanno adottato la politica
di richiedere agli autori di trial randomizzati
finanziati dall’industria
(circa tre quarti degli studi pubblicati
sulle riviste) una dichiarazione del
ruolo degli sponsor nello studio e nella
pubblicazione. Una recente ricerca
sulle stesse 5 riviste sopra citate ha
mostrato che solo gli Annals of Internal
Medicine hanno sempre pubblicato
tali dichiarazioni (N Engl J Med
2001; 345:825). Frank Davidoff, precedente
direttore degli Annals, ha spiegato
di essersi sensibilizzato al problema
dopo che un gruppo di autori si
era ripetutamente rifiutato di modificare
le proprie conclusioni nonostante
l’invito della redazione. Quando Davidoff
telefonò per chiedere spiegazioni
essi risposero che gli sponsor “non
identificati” non volevano che lo
facessero (BMJ 2001; 323:651).
Il quadro che emerge è che i conflitti
d’interesse economico sono molto
comuni tra gli autori di studi nelle riviste
mediche e, ancora oggi, questi conflitti
vengono raramente dichiarati
anche se i direttori sostengono di esigere
tali dichiarazioni. I direttori stessi,
devo dire, difficilmente dichiarano i
propri conflitti d’interesse. Lo stesso
tipo di conflitti è probabilmente comune
ma raramente dichiarato in tutto il
mondo della Sanità.
Possono i conflitti d’interesse
influenzare il comportamento?
Diversi studi hanno mostrato che il
vantaggio economico rende i medici
più propensi a sottoporre i pazienti a
test, interventi, ricoveri in ospedale,
oppure a chiedere alla farmacia ospedaliera
lo stoccaggio di un certo farmaco.
La percentuale di parti cesarei
cambia drasticamente da paese a
paese ed è più alta quando le donne
sono seguite da specialisti privati che
sono pagati per l’intervento. I medici
in Gran Bretagna, quando pagati per
farlo, hanno eseguito screening sulla
popolazione anziana anche se, secondo
l’opinione di molti, non c’era evidenza
a supporto di tali screening. I
dentisti, sempre in Gran Bretagna,
eseguono molte otturazioni non
necessarie perché più remunerative di
una semplice pulizia. In altre parole i
medici rispondono agli incentivi economici
e sarebbe sorprendente se non
lo facessero.
Le maggiori evidenze sugli effetti del
conflitto d’interesse vengono dal
mondo delle riviste. La qualità dei
lavori originali pubblicati nei supplementi
delle riviste sponsorizzate dalle
aziende farmaceutiche è inferiore
rispetto a quella dei lavori che vengono
pubblicati nella rivista stessa. Le
review che dichiarano finanziamenti
dall’industria farmaceutica o da quella
del tabacco traggono con più facilità
conclusioni favorevoli all’azienda.
Stelfox et al. nello studio che ho già
citato (N Eng J Med 1998; 338:101)
2
hanno classificato 70 articoli, presi
dalle maggiori riviste, come segue: 23
articoli critici nei confronti dei calcio
antagonisti, 30 favorevoli e 17 neutrali.
Quasi tutti gli autori favorevoli (96%)
avevano rapporti economici con l’industria,
contro il 60% degli autori
neutrali e il 37% di quelli critici.
Un importante studio tratto da JAMA
ha esplorato le caratteristiche che
determinano le conclusioni di rassegne
sul fumo passivo (JAMA
1998;279:1566). Gli autori dello studio
hanno identificato 106 review,
delle quali il 37% concludeva che il
fumo passivo non è dannoso, mentre
le restanti che lo è. Un’analisi a
regressione multipla per controllare la
qualità degli articoli, il “peer review
status”, l’argomento dell’articolo e
l’anno di pubblicazione ha rilevato
che l’unico fattore associato a queste
conclusioni era il legame degli autori
con l’industria del tabacco. Tre quarti
degli articoli che concludevano che il
fumo passivo non è dannoso sono
stati scritti da persone legate a tale
industria. Gli autori dello studio suggeriscono
che “l’industria del tabacco
potrebbe tentare di influenzare l’opinione
scientifica inondando la letteratura
con un numero considerevole
di review a supporto della posizione
che il fumo passivo non nuoce alla
salute”. Nuovamente, solo una minoranza
di articoli (23%) ha dichiarato
la provenienza dei fondi per la ricerca.
Gli autori dello studio hanno dovuto
utilizzare proprie banche dati sui
ricercatori legati all’industria del
tabacco per determinare se gli autori
avessero qualche legame con essa.
L’animata controversia sul fatto che
la pillola di terza generazione possa
aumentare il rischio di malattie
tromboemboliche mostra l’influenza
di interessi contrastanti. Gli studi
finanziati dall’industria farmaceutica
non hanno evidenziato alcun aumento
del rischio, mentre gli studi finanziati
con denaro pubblico sì. Il contrasto
è totale.
C’è quindi un’aumentata evidenza
che i conflitti d’interesse influenzano
il modo in cui un medico tratta un
paziente, il tipo di conclusioni che si
traggono dalle ricerche e ciò che
viene pubblicato dai giornali.
Non dobbiamo sorprendercene!
Come rispondono i lettori alle
dichiarazioni sui conflitti d’interesse?
Ho da poco terminato uno studio
con altri autori per vedere in che
misura i lettori siano influenzati dalle
dichiarazioni riguardanti i conflitti
d’interesse (BMJ in press). Abbiamo
proposto due versioni di una lettera,
una con dichiarazione di conflitto
d’interesse ed una senza, che è stata
spedita a caso a un campione randomizzato
di 300 lettori del BMJ.
Abbiamo chiesto ai lettori di valutarla
in termini di interesse, importanza,
rilevanza, validità e credibilità,
supponendo che i lettori considerassero
meno credibile la versione che
presentava la dichiarazione del conflitto
d’interesse. Infatti le 170 persone
che hanno risposto (il 59%)
hanno valutato la versione contenente
la dichiarazione di conflitto
inferiore sotto tutti gli aspetti (interesse,
importanza, rilevanza, validità
e credibilità).
Questo studio fa capire che i medici,
anche se non inclini a dichiarare i
propri conflitti d’interesse, li ritengono
importanti. Essi infatti hanno
scarsa considerazione degli studi in
cui sono presenti conflitti d’interesse.
Come rispondere ai conflitti d’interesse?
È impossibile eliminare i conflitti d’interesse.
Fanno parte della vita. Il New
England Journal of Medicine ha provato
a pubblicare editoriali scritti solo
da medici senza alcun conflitto d’interesse.
Una prima grande difficoltà è
stata quella di trovare autori che scrivessero
su alcuni temi. Inoltre talvolta
gli editoriali erano scritti da persone
con conflitti d’interessi di cui né i
lettori né i direttori erano a conoscenza.
La rivista ora ha cambiato la
propria politica ed ammette editoriali
scritti da autori che abbiano un conflitto
economico al di sotto di una
certa cifra.
Chiedere alle persone di dichiarare i
propri conflitti d’interesse è una politica
usuale. Coloro che fanno parte di
commissioni governative devono
dichiarare i propri conflitti. In alcune
circostanze il medico deve rendere
noti i propri conflitti d’interesse al
paziente (ad esempio deve informarlo
che riceverà un compenso economico
per inserirlo in un trial postmarketing
di un farmaco o di avere
un interesse nell’ospedale in cui
intende ricoverarlo). Comunque nella
maggior parte dei casi i medici non
dichiarano i propri conflitti d’interesse
ai pazienti.
Il BMJ chiede a tutti gli autori e ai
reviewer di compilare un questionario
sui conflitti d’interesse e pubblica
le dichiarazioni degli autori. I conflitti
dei reviewer non sono pubblicati
ma probabilmente lo saranno in
futuro.
La politica del BMJ è “nel dubbio,
dichiara”. I problemi sorgono raramente
dalle dichiarazioni di conflitto
d’interesse ma piuttosto quando ne
viene scoperta l’esistenza senza che
esso sia stato dichiarato. Che ci piaccia
o no viviamo in un mondo in cui
ciò che non è trasparente viene giudicato
sbagliato, corrotto o inammissibile
fino a che non se ne provi il
contrario.
È chiaro che alcuni conflitti d’interesse
sono talmente forti da precludere
a un autore la possibilità di scrivere o
recensire articoli. Perciò non chiederemmo
mai un editoriale su un farmaco
a qualcuno della ditta produttrice.
Non chiederemmo ad un autore
di recensire un libro della propria
sorella. Ma dov’è il punto di rottura?
Non abbiamo chiarito dove si trovi
ma potremmo esserci già arrivati.
Conclusioni
Conflitto d’interesse. Non sono stato pagato per questo articolo anche se concordo con Samuel Johnson che “solo un pazzo scriverebbe per una ragione diversa dal denaro”. Sono stato comunque “ammaliato” dal mio amico Giampaolo Velo, che mi ha offerto un pranzo delizioso a Verona e che mi ha invitato ad una conferenza ad Erice, in Sicilia.
Ottobre 2002
Alcune frasi di questo articolo sono apparse in Inghilterra su documentazione che ho scritto per il BMJ.
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Per segnale si intende una possibile associazione tra un evento avverso ed un farmaco. Per sua natura il segnale basandosi su dati preliminari e non conclusivi (case report, prime segnalazioni, ecc.) necessita di ulteriori dati per confermare o meno l’associazione causale tra l’evento e il farmaco. In questo senso quanto viene pubblicato in questa rubrica ha il significato di attirare l’attenzione e la vigilanza del lettore. TAMOXIFENE
ERITROMICINA E
STENOSI PILORICA
IPERTROFICA |
...una pillola che previene gli acciacchi
dell’età, diminuisce il rischio di
attacchi di cuore, rende più forti le
ossa e migliora la qualità di vita…
Come si può negare a una donna
tutto ciò?
Così, fin dalla metà degli anni ’70,
alcuni medici cominciarono a prescrivere
alle donne in menopausa diverse
preparazioni ormonali con estrogeni
da soli o associati con progestinici e le
donne occidentali si dimostrarono
ben disposte ad assumerle.
Erano noti solo alcuni effetti avversi
“minori”, come trombi agli arti inferiori
e calcoli biliari, ma era opinione
comune che i benefici attesi superassero
i rischi.
Nel corso degli anni questa fiduciosa
scelta terapeutica è stata oggetto di
numerose controversie e l’interruzione
del braccio di uno studio clinico
controllato, Women’s Healt Iniziative
(WHI), a causa dell’eccesso di rischio
per cancro mammario ed eventi cardiovascolari
ha recentemente riacceso
il dibattito sull’utilizzo della terapia
ormonale sostitutiva (TOS) in menopausa
e sulla sua reale capacità di
ridurre il rischio di patologie coronariche
(CMAJ 2002; 167 vol.4).
Il WHI è stato progettato nel 1991-92
per valutare i rischi e i benefici nel
lungo termine di strategie di prevenzione
primaria delle malattie cardiovascolari
in donne sane nel periodo
postmenopausale.
Lo studio clinico era articolato in tre
sotto studi:
Le partecipanti allo studio con TOS
erano 27.500 donne sane, di età compresa
tra 50 e 79 anni, delle quali
16.000 sono state randomizzate a
ricevere terapia ormonale estro-progestinica
(estrogeni coniugati 0,625
mg/medrossiprogesterone acetato 2,5
mg/die) o placebo: il progestinico è
stato aggiunto per proteggere le donne
con utero dal cancro endometriale.
Le donne con isterectomia sono state
randomizzate per ricevere estrogeni
coniugati da soli o placebo (Control
Clin Trials 1998;19:61-109).
In questo articolo ci occupiamo principalmente
dello studio con terapia
combinata estro-progestinica.
Gli endpoint primari erano rappresentati
dalla valutazione dell’incidenza di
eventi cardiovascolari (in particolare
coronaropatie) e di carcinoma mammario
invasivo, gli endpoint secondari
la valutazione dell’incidenza di fratture
osteoporotiche, in particolare dell’anca,
e di cancro colorettale (JAMA 2002;
288:321). La durata prevista dello studio
era di 8,5 anni con controlli semestrali
degli eventi clinici e una visita
ambulatoriale ogni anno. L’analisi dei
risultati dopo 5,2 anni di follow-up ha
confermato un lieve ma costante
segnale di eventi avversi cardiovascolari
e un aumento dell’incidenza di cancro
mammario che aveva superato il
limite prestabilito (soprattutto dal 4°
anno). L’indice globale degli outcome
portava a concludere che il rischio
complessivo superava i benefici attesi,
pertanto il comitato indipendente
deputato al controllo dei dati e della
sicurezza consigliò di interrompere
anticipatamente lo studio.
In particolare, i risultati principali di
questo studio mostrano che ogni
anno su 10.000 donne che utilizzano questo tipo di estrogeni coniugati:
Anche se non attesi all’epoca della
progettazione, nel 2002 i risultati
dello studio sulla TOS a lungo termine
non possono sorprendere: l’evidenza
di un aumento del rischio di cancro
mammario è stata definitivamente
accertata negli ultimi 10 anni. Sono
noti anche l’aumento del rischio di
eventi tromboembolici quali stroke,
trombosi venosa profonda ed embolia
polmonare.
I benefici della terapia a breve termine
nel ridurre i sintomi postmenopausali
e l’influenza relativa di estrogeni
versus progestinici nella percentuale
di eventi patologici non erano
oggetto dello studio.
I risultati dell’Heart and
Estrogen/progestin Replacement
Study condotto su donne in postmenopausa
con diagnosi di patologia
coronarica, indicano che non vi è evidenza
di riduzione del rischio di coronaropatie,
sembra invece che, nel
corso del primo anno di TOS, sia
stato registrato un incremento di
eventi avversi cardiovascolari che si
riduce negli anni successivi (JAMA
2002; 288:49). D’altra parte sono
stati forniti dati sul possibile effetto
protettivo nei confronti del cancro
colorettale ed evidenze sulla ritardata
comparsa di osteoporosi postmenopausale
e sulla diminuzione
dell’incidenza di fratture all’anca.
In definitiva, però, il bilancio tra rischi
e benefici del trattamento a lungo
termine appare inequivocabilmente a
sfavore della TOS e a maggior ragione
con l’avanzare dell’età, anche se bisogna
precisare che non sono disponibili
informazioni sugli effetti di dosaggi
più bassi di quelli considerati in questi
studi o di formulazioni con vie
diverse di somministrazione (come la
transdermica).
Tale è anche la conclusione di una
“rapid review” pubblicata lo scorso
settembre sul Lancet (vol. 21:942,
citata anche dal BMJ) da un gruppo di
epidemiologi inglesi che hanno esaminato
i 4 maggiori studi a lungo termine
a tutt’oggi disponibili. Si attendono
i risultati di due studi ancora in
corso (l’altro braccio dello studio del
WHI e l’ESPRIT-UK) che dovrebbero
chiarire il profilo rischio/beneficio
della terapia con estrogeni da soli, ma
in ogni caso gli studi esistenti non
sono sufficienti a fornire dati attendibili
su altre importanti (ma più rare)
condizioni, come p.e. il cancro ovarico.
Il Ministero della Salute in una nota
informativa diretta agli operatori sanitari
sottolinea l’importanza di un
attento controllo, nell’ambito della
prescrizione di terapie preventive, di
tutti quei fattori che possono esporre i
pazienti ad un maggior rischio di reazioni
avverse. La nota conclude: ”I risultati
di questo studio portano quindi a
raccomandare di NON prescrivere la
combinazione estro-progestinica a
donne sane in post-menopausa con
scopi preventivi per le patologie cardiovascolari
e si applicano in particolar
modo ai dosaggi giornalieri di 0,625
mg di estrogeni coniugati più 2,5 mg
di medrossiprogesterone acetato.
Per quanto altri regimi terapeutici
possano comportare differenti risultati
sul piano dei benefici e dei rischi,
va tenuto conto che altri 3 studi dove
sono stati utilizzati altri dosaggi
hanno confermato l’aumento di
rischio per il cancro al seno.”
Ricordiamo che, in Italia, la TOS non
viene prescritta per la prevenzione primaria
della patologia cardiaca e che la
maggioranza delle specialità medicinali
in commercio è nella forma transdermica
che, nel nostro paese, sembra
essere preferita alla via orale.
Le combinazioni estro-progestiniche
citate nello studio sono disponibili
nella specialità medicinale per uso
orale Premelle®.
Nell’ambito della segnalazione spontanea
ci sembra interessante citare i
9 casi di carcinoma mammario che
uno specialista radiologo della regione
Veneto ha osservato da gennaio
1999 a novembre 2000 in pazienti di
età compresa tra 50 e 57 anni
(mediana 55) che assumevano TOS
da 3-4 anni (mediana 3,5): si nota
che il tempo di latenza per l’insorgenza
della reazione è sovrapponibile
a quello evidenziato anche nello
studio del WHI.
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A fine luglio il Dipartimento degli Alimenti
del Ministero della Salute ha
pubblicato un decreto per controindicare
l’uso in gravidanza di integratori
alimentari a base di bioflavonoidi a
seguito della segnalazione, per alcune
di tali sostanze, della possibilità di
aumento del rischio di leucemie infantili,
pur rare, nel primo anno di vita. In
considerazione del fatto che molte
specialità medicinali di largo consumo
contengono bioflavonoidi a dosaggi
nettamente superiori rispetto a quelli
degli integratori, la Sottocommissione
Farmacovigilanza e Farmacoutilizzazione
ha proposto l’armonizzazione
dei foglietti illustrativi di tali specialità
inserendo l’avvertenza di non usare i
bioflavonoidi in gravidanza ed ha
auspicato che la Sottocommissione
per la Revisione Programmata si occupi
rapidamente della questione. |
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Redazione di Focus
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