Vigiliamo sulla farmacovigilanza
Più ombre che luci sulla nuova proposta di direttiva e regolamento della farmacovigilanza (scaricabile dal sito ec.europa.eu, con accesso verificato il 15 settembre 2009) che la Commissione europea ha pubblicato nel dicembre 2008, facendo seguito alla consultazione pubblica, aperta a commenti e proposte fino a marzo 2008.
Le perplessità espresse nel n. 52 del 2008 di FOCUS rimangono immutate e si conferma lo spostamento verso una farmacovigilanza dove l’industria è fortemente presente e i sistemi regolatori nazionali sempre più deboli.
Facciamo solo qualche esempio:
- viene potenziata la raccolta e l’analisi centralizzata delle segnalazioni a livello del database europeo Eudravigilance, non tenendo sufficientemente conto delle diversità di lingua e codifica nei diversi paesi. La capillarità dei sistemi nazionali dove esiste un rapporto di vicinanza, spesso anche di conoscenza, tra chi raccoglie e analizza il dato e il segnalatore permette una reale analisi del rapporto di causalità tra farmaco e reazione e una individuazione di segnali che probabilmente non emergerebbero con una semplice ricerca elettronica;
- gli operatori sanitari e i cittadini potranno segnalare (ahinoi!) anche all’industria. Le aziende inseriranno direttamente nel database europeo le segnalazioni ricevute e le autorità nazionali (o regionali) che volessero avere informazioni su queste dovranno richiederle all’azienda. Di conseguenza tutto il sistema della segnalazione spontanea potrebbe essere demandato all’industria;
- viene potenziato e allargato l’utilizzo del Risk Management Plan quale strumento di “protezione” da rischi potenziali (peraltro tutto da verificare);
- viene infine modificato l’articolo 67.4 della regolamentazione 726/2004 che stabilisce che le attività di farmacovigilanza degli stati membri devono ricevere fondi pubblici adeguati agli obiettivi previsti, inserendo la possibilità che le aziende contribuiscano a tali attività (solo economicamente?).
La Società dei bollettini indipendenti ISDB e altre organizzazioni indipendenti hanno espresso una posizione comune, fornendo alcune proposte per riportare la farmacovigilanza in un contesto di difesa della salute dei cittadini. Il documento è disponibile all’indirizzo http://www.isdbweb.org/pag/documents/PharmacovigilancePRMay2008_En_001.pdf.
Sommario
- Beta agonisti a lunga durata d’azione da evitare nei bambini con asma
- Smart drug: il fenomeno delle droghe furbe preoccupa per la mancanza di norme
- Inappropriati i consumi di ceftriaxone al Sud, con un’impennata delle reazioni avverse
- I capelli di Marta, indomabili al pettine, nascondono uno strascico della terapia
Antipsicotici e schizofrenia:
quale farmaco scegliere?
di Eleonora Esposito, Andrea Cipriani, Corrado Barbui Dipartimento di medicina e sanità pubblica, Sezione di psichiatria e psicologia clinica, Università di Verona
Durante gli ultimi 10-15 anni la commercializzazione
degli antipsicotici di seconda generazione, chiamati
anche atipici, ha ampliato le possibilità di trattamento
della schizofrenia. Mentre gli studi clinici randomizzati e
le revisioni sistematiche hanno dimostrato che la clozapina
è più efficace degli antipsicotici di prima generazione, chiamati
anche tipici, nei pazienti con schizofrenia resistente al
trattamento è ancora aperto il dibattito sulla collocazione terapeutica
degli altri antipsicotici atipici. Per capire meglio la
collocazione clinica dei nuovi antipsicotici è stata condotta
una metanalisi tra gli antipsicotici di seconda generazione
(amisulpride, aripiprazolo, clozapina, olanzapina, quetiapina,
risperidone, sertindolo, ziprasidone e zotepina) e quelli di prima
generazione (l’aloperidolo è stato il farmaco di confronto
in 95 studi) ponendo particolare attenzione agli effetti avversi,
che sono sempre un importante criterio da considerare
nella scelta di un farmaco.1 La metanalisi ha incluso 239
articoli per un totale di 21.533 pazienti.
Amisulpride, clozapina, olanzapina e risperidone hanno mostrato
unamaggiore efficacia degli antipsicotici tipici sia in termini
di efficacia complessiva sia nel trattamento della sintomatologia.
Al contrario, aripiprazolo, quetiapina, sertindolo,
ziprasidone e zotepina non sono risultati più efficaci rispetto
agli antipsicotici tipici. Per quanto riguarda la prevenzione
delle ricadute olanzapina, risperidone e sertindolo hanno dimostrato
di essere significativamentemigliori rispetto agli antipsicotici
di prima generazione,mentre amisulpride, aripiprazolo
e clozapina non hanno mostrato nessun vantaggio.
In termini di miglioramento della qualità di vita gli antipsicotici
più efficaci erano amisulpride, clozapina e sertindolo.
Per quanto riguarda gli effetti avversi la valutazione è stata
fatta in base alla classificazione degli antipsicotici di prima
generazione in farmaci a elevata potenza (per esempio l’aloperidolo)
e a bassa potenza (per esempio la clorpromazina).
Tutti gli antipsicotici di seconda generazione sono risultati
associati a un minor numero di effetti collaterali extrapiramidali
rispetto all’aloperidolo; tuttavia solo clozapina, olanzapina
e risperidone hanno mostrato un profilo migliore rispetto
ai farmaci di prima generazione a bassa potenza.
Amisulpride, clozapina, olanzapina, quetiapina, risperidone,
sertindolo e zotepina, a differenza di aripiprazolo e ziprasidone,
sono stati associati a un significativo aumento del peso
corporeo rispetto all’aloperidolo. Non è emersa invece alcuna
differenza significativa tra gli antipsicotici di seconda generazione
e quelli di prima generazione a bassa potenza. Rispetto
all’aloperidolo, l’unico antipsicotico atipico caratterizzato
da un effetto sedativo significativamente inferiore è risultato
l’aripiprazolo, al contrario clozapina, quetiapina e zotepina
hanno mostrato un effetto sedativo superiore. Rispetto
agli antipsicotici di prima generazione a bassa potenza, solo
la clozapina ha mostrato un effetto sedativo superiore.
Quale farmaco scegliere
Per una corretta interpretazione dei risultati, è necessario sottolineare
come il confronto tra le due classi di antipsicotici
presenti un bias a favore degli antipsicotici di seconda generazione:
in particolare l’utilizzo dell’aloperidolo come farmaco
di confronto invece degli antipsicotici di prima generazione
dimedia potenza, che verosimilmente hanno la stessa
efficacia dell’aloperidolo ma provocano con minore frequenza
effetti avversi extrapiramidali. A supporto di questa
affermazione ci sono i due studi, lo studio CATIE2 e lo studio
CUtLASS3, nei quali l’attenzione si focalizzava sull’efficacia
clinica valutata in un contesto di cura molto vicino a
quello dei nostri Servizi psichiatrici. Questi studi hanno rilevato
come gli antipsicotici di prima generazione di media
potenza potrebbero essere i più appropriati come termine di
paragone per valutare l’effetto dei nuovi farmaci, in quanto
inducono meno effetti extrapiramidali e non si assocerebbero
ad aumento di peso e a sedazione.
In conclusione, nonostante la metanalisi suggerisca che alcuni
antipsicotici atipici sono più efficaci dei tipici, singole
sperimentazioni randomizzate, condotte in popolazioni di
pazienti non selezionate, non confermano questi risultati.
In termini pratici profilo di tollerabilità, sicurezza, proprietà
farmacologiche, efficacia e costi sono i parametri per decidere
quale farmaco sia più opportuno in ciascun caso.
Bibliografia
DALLA LETTERATURA
Beta agonisti a lunga durata d’azione:
il gioco vale la candela?
In età pediatrica l’uso di questi farmaci per l’asma non è indicato, e va anzi evitato se non come aggiunta ai corticosteroidi in caso ci sia una mancata risposta alla terapia in atto.
In un recente editoriale pubblicato sulle pagine del New England Journal of Medicine1 Jeffrey Drazen e Paul O’Byrne riflettono sulla sicurezza dei farmaci beta agonisti a lunga durata d’azione rivolgendo la loro attenzione in particolare ai rischi per l’età infantile, commentando anche un articolo di prospettiva contenuto nello stesso numero della rivista.2
La posizione dell’FDA
Nel dicembre 2008 la Food and Drug
Administration (FDA) statunitense ha
ripreso in esame la sicurezza dei beta
agonisti a lunga durata d’azione per
via inalatoria sia negli adulti sia nei
bambini.
Lo studio SMART (Salmeterol Multicenter
Asthma Research Trial) era stato
interrotto anzitempo per i gravi
eventi avversi nei pazienti di colore e
per la difficoltà nell’arruolamento.3 I
risultati pubblicati mostravano un rischio
relativo elevato (4,37, estremamente
significativo) di morte correlata
all’asma nei pazienti a cui venivano
somministrati i beta agonisti a
lunga durata d’azione.
A seguito di questi risultati e di uno
studio in fase 4 sul formoterolo, il Pulmonary
Allergy Drugs Advisory Committee
decise che i beta agonisti a lunga
durata d’azione non andavano usati
da soli,ma sia salmeterolo sia formoterolo
potevano essere impiegati per il
trattamento dell’asma insieme a un
corticosteroide inalatorio.
Una metanalisi su 110 studi controllati
e randomizzati condotta dai revisori
dell’FDA sull’uso dei beta agonisti
a lunga durata d’azione per l’asma,
in una popolazione di 60.954 soggetti,
l’11% dei quali adolescenti e il 6%
bambini, concludeva che vi era un
maggior numero di morti per asma,
intubazioni od ospedalizzazioni (esito
composito) nel gruppo che usava
i beta agonisti a lunga durata d’azione
da soli rispetto al gruppo che non
ne faceva uso. Inoltre il rischio aumentava
sensibilmente al diminuire
dell’età dei soggetti trattati. Non vi
era, invece, una differenza statisticamente
significativa se i farmaci beta
agonisti a lunga durata d’azione erano
usati insieme ai corticosteroidi
inalatori.
Le conclusioni degli autori
Alla luce di questi risultati, gli autori
dell’editoriale invitano le autorità regolatorie
a chiedere che venga condotto
uno studio controllato nei
bambini con numerosità adeguata
per documentare i rischi e i benefici
dei beta agonisti a lunga durata
d’azione nel controllo dell’asma persistente
sia da soli sia in associazione
ai corticosteroidi inalatori. I benefici
dei beta agonisti a lunga durata nel
controllo dell’asma persistente, al
momento attuale, non ne giustificano
l’uso, se non nel fallimento dei
corticosteroidi inalatori da soli a basso/
medio dosaggio.
Le linee guida GINA4, peraltro scritte
da autori non indenni da conflitti
d’interesse, nel trattamento dell’asma
persistente sotto i 12 anni prendono
in considerazione l’uso dei beta agonisti
a lunga durata d’azione solo per
i bambini nei quali i sintomi non
vengono controllati con i corticosteroidi
inalatori a dosaggio medio o
basso. Si ribadisce, inoltre, che i glucocorticoidi
inalatori sono i farmaci
più efficaci per il controllo dell’asma
e sono raccomandati per l’asma persistente
a ogni livello di gravità.
Che cosa fare in pratica
Nella pratica clinica, del resto, i bambini
con asma persistente non controllata
dai glucocorticoidi inalatori sono
rari e il ricorso ai beta agonisti a lunga
durata d’azione non pare giustificato
se non per casistiche selezionate.
Va, inoltre, sottolineato che il problema
principale nell’asma infantile
(diagnosi possibile solo dopo i 5 anni
d’età) è il monitoraggio della malattia
basato sulla clinica, sulla funzionalità
respiratoria e sulla qualità
della vita del bambino.
Nei bambini con asma persistente
non rispondente ai glucocorticoidi
inalatori, è fondamentale il ruolo del
pediatra di famiglia, in collaborazione
con il centro specialistico, nel
coinvolgimento del bambino e della
famiglia per il monitoraggio dei sintomi
e per l’ottimizzazione della terapia,
sia dell’accesso acuto sia della fase
di mantenimento.
In attesa di altri studi, i pediatri devono
porre particolare attenzione all’uso
dei beta agonisti a lunga durata
d’azione nei bambini, a fronte dei
possibili rischi, e va ribadita la non
ammissibilità del ricorso ai beta agonisti
a lunga durata d’azione da soli,
come peraltro sottolineato dalle linee
guida. La presenza in commercio di
varie associazioni per via inalatoria di
beta agonisti a lunga durata d’azione
e glucocorticoidi non deve indurre il
pediatra a saltare il necessario passaggio
iniziale dell’uso del glucocorticoide
da solo nella terapia di fondo, prima
a basso dosaggio ed eventualmente
poi a dosaggio superiore come raccomandato
dalle linee guida.
Nell’asma infantile è di fondamentale
importanza investire più attenzione
e risorse nell’educazione e nel coinvolgimento del bambino e della famiglia nella gestione della malattia e nell’ottimizzazione della terapia che viene prescritta in quanto molti insuccessi terapeutici sono dovuti a sottostima dei sintomi o a cattiva esecuzione della terapia inalatoria indipendentemente dal farmaco usato.
Michele Gangemi
pediatra di famiglia
presidente ACP
Bibliografia
- N Engl J Med 2009;360:1671-2. [CDI 2]
- N Engl J Med 2009;360:1592-5. [CDI 2]
- Chest 2006;129:15-26. [CDI 3]
- www.ginasthma.com [CDI 2]
Prevenzione primaria senza farmaci
I risultati di un’importante metanalisi
suggeriscono cautela nell’uso
di basse dosi di acido acetilsalicilico
nella prevenzione primaria
di eventi cardio e cerebrovascolari.
Sono stati inclusi 6 studi
controllati e randomizzati per
un totale di 95.000 soggetti a
basso rischio cardiovascolare.
A fronte di una riduzione del
12% degli eventi vascolari gravi
(0,51% per anno nei soggetti
trattati rispetto a 0,57% nei controlli,
p=0,0001) si è avuto un incremento
cospicuo delle emorragie
gastrointestinali ed extracraniche
(0,10% per anno rispetto a
0,07%, p<0,0001). Inoltre l’acido
acetilsalicilico non proteggeva rispetto
all’ictus, né riduceva la
mortalità cardiovascolare.
Dati ben diversi da quelli in prevenzione
secondaria (16 studi inclusi
per un totale di 17.000 pazienti)
con una riduzione degli
eventi vascolari gravi (6,7%rispetto
a 8,2% per anno, p<0,0001) e
una riduzione significativa anche
dei casi di ictus (2,08% per anno
rispetto a 2,54%).
Mentre si conferma l’efficacia
della prevenzione con acido acetilsalicilico
nella prevenzione secondaria,
l’indicazione è di non
ricorrere all’antiaggregante nella
prevenzione primaria perché
i rischi emorragici superano i
benefici cardiovascolari.
Non solo iride a bandiera
Gli effetti negativi sull’occhio della
tamsulosina nei soggetti operati
di cataratta potrebbero andare
oltre a quelli finora noti (iride
a bandiera) e per i quali l’AIFA nel
2006 aveva emanato una Nota
informativa importante riportando
che l’effetto sul tono dilatatorio
dell’iride normale potrebbe
indicare un effetto di classe.
Uno studio caso-controllo condotto
su una coorte di 96.128 pazienti
di età ≥66 anni sottoposti a
intervento di cataratta tra il 2002
e il 2007 rileva che i pazienti
esposti a tamsulosina nelle due
settimane precedenti all’intervento
avevano un rischio maggiore
(odds ratio 2,33, limiti di confidenza
al 95% da 1,22 a 4,43) di
gravi eventi avversi oftalmici: distacco
di retina, perdita della lente
o di un suo frammento, sospetta
endoftalmite. Non sono
invece emerse associazioni significative
con esposizioni ad altri alfa
bloccanti impiegati nel trattamento
dell’ipertrofia prostatica
benigna. Nell’attesa di ulteriori
dati, cautela vuole che si sospenda
la tamsulosina almeno due
settimane prima dell’intervento.
Rubrica Fitovigilanza
a cura di Anita Conforti
Unità operativa di farmacologia medica, Policlinico G.B. Rossi, Verona
Smart drug: furbi o pericolosi?
Cresce in Italia il consumo di smart drug, letteralmente
droghe furbe dal momento che, non rientrando nelle tabelle
legislative che proibiscono l’uso di sostanze stupefacenti e psicotrope,
sono sostanze legali e in libera vendita. Gli smart
shop esistono in diverse nazioni europee da circa una ventina
d’anni e in Italia, dove il primo festeggia a Torino il decennale,
sono oggi circa 150. In questi negozi si vendono prodotti
di origine naturale e sintetica, ma anche prodotti destinati
alla coltivazione di piante (soprattutto funghi e canapa) e accessori
per l’assunzione di sostanze fumabili (cartine, filtri, pipe,
vaporizzatori). I frequentatori degli smart shop (psiconauti
amano definirsi) appartengono a varie categorie sociali: studenti
in cerca di un aiuto per la preparazione degli esami, adulti
soprattutto maschi che ricercano pillole per sostenere ritmi
di lavoro sempre più serrati o dalle proprietà simil-viagra, giovani
che usano smart drug per i loro presunti effetti psichedelici,
o semplicemente per curiosità.
Infatti gli (o più frequentemente al femminile le) smart drug promettono di aumentare le potenzialità cerebrali, aumentare
la capacità di concentrazione e apprendimento e la memoria,
rallentare o addirittura prevenire l’invecchiamento del cervello.
Certamente non sono bisogni nuovi, fin dall’antichità uno
degli elementi comuni in molte culture anche distanti geograficamente
è la ricerca da parte dell’uomo di sostanze capaci
di aumentare la resistenza alla fatica e di dare sensazioni euforizzanti.
Infatti negli smart shop si trovano, oltre a bevande
energetiche o pastiglie che assicurano effetti eccitanti pur rimanendo
nella legalità (caffeina, ginseng, eccetera) anche molte
piante psicoattive provenienti dal Sudamerica, dall’Africa
equatoriale, dall’Indonesia, dall’Ucraina. Spesso le varie erbe
vengono vendute come
“profumatori ambientali” o
come “semi da collezione”
ma gli psiconauti sanno bene
che si possono fumare o
masticare. Siamo al confine
tra legalità e illegalità.
E’ storia recente quella della
Salvia divinorum, una
pianta regolarmente e legalmente
venduta negli
smart shop fino al 2004, il
cui incremento nell’uso tra i
frequentatori di tali negozi ha destato la preoccupazione delle
autorità competenti. Dopo ricerche sugli effetti psicoattivi e
allucinogeni della pianta, il suo principio attivo, la salvinorina
A, è stato inserito nella tabella I dell’elenco delle sostanze stupefacenti
e psicotrope di cui al DPR 309/90.
Non dimentichiamo infine che nell’ambito delle cosiddette
droghe furbe sono promossi anche alcuni farmaci come metilfenidato
o modafinil, da comprare in farmacia dietro ricetta
medica o su internet, allo scopo di migliorare la concentrazione
o i ritmi del sonno o ritardare l’invecchiamento.
“Qualcosa sicuramente su cui riflettere” scrive Steven Rose su
Lancet “dal momento che l’industria farmaceutica corre in
avanti e ciascuno di noi invecchia, prima impercettibilmente
e in seguito con una velocità sempre crescente”.
Per approfondire
- Lancet 2008;372:198-9.
- www.iss.it/binary/ofad/cont/smart%20completo.1162288091.pdf
SEGNALI DAL MONDO
Per segnale si intende una possibile associazione tra un evento avverso e un farmaco. Per sua natura il segnale basandosi su dati preliminari e non conclusivi (case report, prime segnalazioni, eccetera) richiede ulteriori dati per confermare o meno l’associazione causale tra l’evento e il farmaco. Quanto viene pubblicato in questa sezione serve ad attirare l’attenzione e la vigilanza del lettore.
Alopecia da stronzio ranelato
Dal sistema di farmacovigilanza spagnolo giunge un segnale d’allarme
sull’uso di stronzio ranelato, indicato per il trattamento dell’osteoporosi
post menopausale, e l’insorgenza di alopecia.1
Da maggio 2005 a gennaio 2008 il sistema ha ricevuto 56 segnalazioni
di reazioni avverse associate a stronzio ranelato di cui
cinque (8,9%) riguardavano l’alopecia. Si tratta di donne di età
compresa tra i 51 e i 74 anni che hanno avuto perdita di capelli
dopo un periodo di trattamento molto variabile (da 1 a 45 giorni).
Rispetto al numero totale di reazioni avverse giunte alla Rete
spagnola dal 1982 a gennaio 2008 in donne in post menopausa
i casi di alopecia corrispondono allo 0,5% (205, e 5 di questi
sarebbero appunto associati allo stronzio ranelato).
In base alla sequenza temporale, al miglioramento avvenuto
nella maggior parte dei casi dopo la sospensione della terapia
e all’esclusione di altre possibili cause, gli autori sospettano ragionevolmente
un nesso causale tra l’uso del farmaco e la perdita
dei capelli. Essi richiamano l’attenzione sul fatto che anche
nella Rete di farmacovigilanza britannica sono stati segnalati sette
casi simili e invitano i medici a non sottovalutare una possibile
insorgenza di alopecia in donne in trattamento con il farmaco.
L’alopecia non è una reazione attesa per lo stronzio ranelato
e al 31 dicembre 2008 nel database del GIF solamente
un farmacista ha segnalato “capelli totalmente indeboliti” in una
donna che ha assunto questo principio attivo per la cura dell’osteoporosi.
Questione di chewing gum
Nel mese di novembre 2008 un ragazzo
di 13 anni (peso 45 kg, altezza
160 cm) è stato ricoverato al Pronto
soccorso dell’Ospedale Monaldi di
Napoli.1 Il ragazzo era agitato e aggressivo,
presentava dolori addominali,
aumento della diuresi, disuria e formicolio
alle gambe. Aveva una tachicardia
sinusale (147 battiti al minuto),
tachipnea (25 atti al minuto) e un aumento della pressione arteriosa
(145/90 mm Hg). La radiografia del torace e gli esami di laboratorio,
compresi quelli tossicologici (cocaina, eroina e amfetamine),
erano normali. Non aveva storia di disturbi psichiatrici.
Che cosa era successo? Aveva masticato troppi chewing gum,
per la precisione in 4 ore due pacchetti di gomme da masticare
energizzate contenenti una dose complessiva di caffeina pari
a 320 mg, l’equivalente di circa 10 tazze di tè, e altre quantità
non specificate di guaranà, edulcoranti, gomma di acacia, acido
citrico, acido malico, glicerolo, cera di carruba e coloranti alimentari.
Si trattava di un’intossicazione da caffeina.
Come già denunciato nella Rubrica fitovigilanza di questo stesso
numero, l’uso di stimolanti va sempre tenuto
in considerazione. Il rischio di intossicazione è elevato soprattutto
nei bambini e nei ragazzi, data la loro inconsapevolezza
sull’effetto della caffeina e l’assenza di restrizioni alla vendita di
tali sostanze stimolanti.
IL CASO CEFTRIAXONE
Dal primo gennaio alla fine di giugno di quest’anno nella banca dati della Rete nazionale di farmacovigilanza sono state inserite 109 segnalazioni di reazioni avverse da ceftriaxone. Un dato decisamente elevato se confrontato con le 75 segnalazioni dello scorso anno nello stesso periodo. Si è avuto un incremento dei decessi, passati da due a quattro, e delle reazioni gravi, da 37 a 53, con un’alta percentuale di casi di shock anafilattico (14%). Questi dati sono in parte legati all’incremento generale del tasso di segnalazione italiano, quasi raddoppiato negli ultimi due anni, e in parte all’aumento negli ultimi anni delle prescrizioni del ceftriaxone. Infatti dal 2001 al 2008 si è assistito a un notevole incremento, oltre il 75%, di prescrizione/consumo di ceftriaxone anche legato al calo del prezzo per la decadenza del brevetto nel 2004 e per l’introduzione, quindi, sul mercato dei generici.
Il ceftriaxone è un antibiotico betalattamico per uso sistemico ed è commercializzato in Italia solo in forma iniettiva e le indicazioni terapeutiche autorizzate sono: “… uso elettivo e specifico in infezioni batteriche gravi di accertata o presunta origine da Gram negativi difficili o da flora mista con presenza di Gram negativi resistenti ai più comuni antibiotici. In particolare il prodotto trova indicazione, nelle suddette infezioni, in pazienti defedati e/o immunodepressi. Profilassi delle infezioni chirurgiche”. Sembra chiaro che l’uso massiccio, nella medicina generale, sia poco compatibile con l’indicazione terapeutica. Inoltre, va sottolineato che i dati di consumo rilevano una fortissima variabilità regionale, con un utilizzo nelle regioni del Sud che è più del doppio di quelle del Nord, non giustificata da dati di diversa prevalenza delle malattie infettive. A conferma di ciò, sul Bollettino di informazione sui farmaci nel 2006 era comparsa una valutazione dell’AIFA sull’appropriatezza d’uso del ceftriaxone basata sulle diagnosi indicate nelle segnalazioni di reazioni avverse. Era stato osservato che in quasi il 30% dei casi l’indicazione non era tra quelle autorizzate.1
Sia i dati di consumo sia le segnalazioni di reazioni avverse sembrano perciò suggerire un uso improprio del ceftriaxone, con la conseguenza che si espongono inutilmente i pazienti al rischio di reazioni avverse gravi e fatali e all’insorgenza di resistenze batteriche.CASE REPORT
Per motivi di privacy i case report sono scritti in modo da non rendere identificabile il paziente
Gli indomabili capelli di Marta
di Serena Belli - Servizio genetica, Dipartimento di laboratorio, APSS Trento
e Silvia Mazzola - Dipartimento materno infantile e biologia-genetica, Sezione biologia e genetica, Università di VeronaI capelli di Marta, una bambina che ora ha sei anni, erano spuntati precocemente: ricci, scuri e folti. Dai nove fino ai 24 mesi, a causa di ripetute flogosi delle alte vie aeree con otite, alla bambina sono stati prescritti numerosi antibiotici: claritromicina, tobramicina, cefaclor, amoxicillina più acido clavulanico, cefuroxima e azitromicina, per un totale di nove cicli. Dai 24 ai 32 mesi, persistendo la sintomatologia, il pediatra ha fatto ripetere altri quattro cicli di amoxicillina più acido clavulanico.
Verso i 19 mesi di età (dieci mesi dopo l’inizio della prima terapia antibotica) i capelli di Marta hanno iniziato a cadere, tanto che la madre, preoccupata, ha deciso per un taglio radicale nel tentativo di rinforzarli. I capelli successivamente ricresciuti si presentavano però secchi, fragili e più chiari ma, soprattutto, diritti e sparati in alto, indomabili al pettine (foto 1). Preoccupata, la madre ha portato Marta da un dermatologo che ha diagnosticato una sindrome su base genetica, la sindrome dei capelli impettinabili (Uncombable Hair Syndrome, UHS), inviando la piccola al nostro Servizio di genetica per avere una conferma del sospetto diagnostico. Abbiamo visitato Marta a 24 mesi, in effetti i capelli erano particolari e il sospetto diagnostico di UHS non era di facile esclusione. D’altra parte era particolare anche la terapia antibiotica somministrata, emersa in seguito a un’attenta anamnesi condotta con la madre. È stata perciò messa in discussione la sindrome dei capelli impettinabili e considerata l’ipotesi alternativa di una reazione avversa a farmaci. Nell’ottica, quindi, di una diagnosi differenziale con una reazione avversa a farmaci è stata contattata l’Unità di farmacovigilanza dell’Università di Verona per verificare l’esistenza di segnalazioni riguardanti anomalie dei capelli secondarie all’assunzione di antibiotici. Pur non essendoci niente di sovrapponibile, nel database dell’OMS era segnalato un certo numero di casi con varie anomalie dei capelli (vedi Tabella).
Forti di queste indicazioni, veniva suggerito alla mamma di Marta di attendere prima di decidere se fare qualcosa. In effetti i capelli di Marta a 26 mesi, ulteriormente allungati, hanno assunto un aspetto peculiare: erano dritti e secchi alla estremità, mentre, vicino alla zona di ricrescita, avevano un aspetto simile a quelli dei primi mesi di vita. All’età di 32 mesi la bimba presentava capelli normali alla radice e alterati solamente in punta (foto 2) e dopo un paio di anni, finalmente, Marta poteva sfoggiare la sua bellissima chioma. Il rapido miglioramento dei capelli e la segnalazione di casi di anomalie del capello associate agli antibiotici hanno potuto rafforzare il nostro sospetto di reazione avversa da farmaci.
Anomalia dei capelli associata all’uso di antibiotici
Amoxicillina più acido clavulanico
Azitromicina
Cefaclor
Cefuroxima
Claritromicina
Tobramicina
Cambiamento di colore
-
3
1
2
3
-
Disordini non specificati
-
2
-
2
-
-
Ipotricosi
8
2
10
6
27
3
Ipertricosi
-
-
2
-
-
-
Crescita anormale
1
1
-
-
-
-
Crescita azzerata
-
-
-
-
1
-
Consistenza anormale
1
-
1
1
4
-
Banca dati OMS (segnalazioni all’8 luglio 2009)
Sindrome o reazione avversa?
La sindrome viene descritta per la prima volta come “capelli impettinabili” nel 19731 e come “capelli a fibre di vetro” lo stesso anno.2 È una condizione genetica rara con una ben definita anomalia strutturale del cuoio capelluto caratterizzata da capelli secchi, crespi, sollevati dalla testa e impossibili da pettinare, con un aspetto simile ai capelli delle bambole. Il colore è solitamente biondo-argento con una parvenza luccicante a causa della superficie appiattita che riflette le radiazioni luminose. Non si associa ad alcuna perdita o fragilità e i sintomi compaiono dai tre mesi ai 12 anni.3 La sindrome viene anche chiamata “pili trianguli et canalicoli” poiché al microscopio elettronico il capello presenta una sezione triangolare o reniforme con scanalature longitudinali.4 Non ci sono trattamenti efficaci,3 anche se è stato riportato che integratori a base di biotina sono stati usati con successo in alcuni pazienti.5 Solitamente dopo diversi anni si assiste a un miglioramento spontaneo della sindrome.6 Ma veniamo al caso di Marta. Secondo i dati di letteratura, alcune considerazioni sembrano rafforzare il sospetto di una reazione avversa a farmaci. Prima di tutto si è assistito a un miglioramento molto veloce dello stato di salute dei capelli della bambina (7 mesi). Inoltre i capelli di chi ha una sindrome UHS non tendono a cadere e non sono fragili. Un’analisi della remissione dei sintomi porta a escludere come causa l’amoxicillina più acido clavulanico, dato che proprio durante l’assunzione di questa combinazione la sintomatologia ha iniziato a risolversi, mentre non si possono escludere gli altri antibiotici utilizzati.
Roberto Leone e Lara Magro
Unità operativa di farmacologia medica, Policlinico G.B. Rossi, VeronaBibliografiaLA POSIZIONE DELL’EMEA SU CLOPIDOGREL E INIBITORI DI POMPA
FOCUS STORY
Clopidogrel e inibitori di pompa: un’associazione da evitare?
(FOCUS farmacovigilanza, giugno 2009)Nello scorso numero nella sezione “Segnali dal mondo” abbiamo trattato i possibili effetti dell’interazione tra il clopidogrel e gli inibitori di pompa protonica. A tal riguardo l’EMEA in un recente comunicato stampa raccomanda che vengano incluse nelle schede tecniche di tutti i medicinali contenenti clopidogrel le informazioni che riguardano l’interazione con gli inibitori di pompa protonica, specificando che l’associazione dovrebbe essere evitata se non assolutamente necessaria. Riportiamo alcune righe del testo originale che riteniamo d’interesse per il lettore:
“One possible explanation for this observation is that some PPIs prevent the conversion of clopidogrel into its biologically active form in the body, reducing the effectiveness of clopidogrel and increasing the risk of heart attack or other conditions involving harmful clotting (e.g. strokes). However, as different PPIs have different capacity to affect the metabolism of clopidogrel and as the outcome studies have not fully reflected the different effect of PPIs on activation of clopidogrel, there may be more than one explanation for the effect of this class of medicines on clopidogrel”.
Per la versione integrale (originale o tradotta) del comunicato rimandiamo ai siti:
FOCUS farmacovigilanza indica i conflitti d’interesse delle principali fonti di letteratura segnalate secondo questa legenda:
- [CDI 0] assenza di conflitti d’interesse dichiarati
- [CDI 1] presenza di lievi conflitti d’interesse dichiarati
- [CDI 2] presenza di conflitti d’interesse dichiarati e/o fondi da aziende farmaceutiche
- [CDI 3] presenza di importanti conflitti d’interesse (per esempio firmatari dell’articolo dipendenti di aziende farmaceutiche)